L’ombra delle bambine mancanti si allunga sull’occidente

La strage delle bambine in Asia raccontata nell’ultimo numero dell’Economist, e quantificata in almeno cento milioni di femmine “scomparse” dalle statistiche demografiche, getta la sua ombra anche in occidente. E non soltanto, come scrive lo stesso settimanale inglese, nei paesi dell’ex Unione sovietica (Armenia, Arzerbaijan, Georgia) dove l’aborto è stato promosso per decenni come mezzo contraccettivo d’elezione e dove ora, in una situazione di generale calo demografico, nascono comunque meno femmine (ovvero: vengono abortite più frequentemente). Leggi La strage delle bambine - Leggi  100 milioni di bambine scomparse
9 AGO 20
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La strage delle bambine in Asia raccontata nell’ultimo numero dell’Economist, e quantificata in almeno cento milioni di femmine “scomparse” dalle statistiche demografiche, getta la sua ombra anche in occidente. E non soltanto, come scrive lo stesso settimanale inglese, nei paesi dell’ex Unione sovietica (Armenia, Arzerbaijan, Georgia) dove l’aborto è stato promosso per decenni come mezzo contraccettivo d’elezione e dove ora, in una situazione di generale calo demografico, nascono comunque meno femmine (ovvero: vengono abortite più frequentemente). Di femmine “scomparse” si parla ormai apertamente anche per le comunità asiatiche di immigrati.
Negli Stati Uniti, uno studio sui dati del censimento del 2000 di Douglas Almond e Lena Edlund, della Columbia University, pubblicato nel 2008 dall’Accademia nazionale delle scienze, indica significativi squilibri nel rapporto tra nascite maschili e nascite femminili tra coreani, indiani, cinesi immigrati. Uno squilibrio che non riguarda il primo figlio, ma i successivi: nelle famiglie di origine asiatica (fanno eccezione i giapponesi), se il primo nato è una femmina, è più probabile che il secondo sia maschio – il rapporto diventa di una femmina per 1,17 maschi — e nel caso in cui ci sia un terzo figlio, cresce ancora la percentuale di maschi (1,51 a 1). L’origine di questo squilibrio, che negli Stati Uniti sembra riflettere in scala ridotta quello dei grandi numeri dei paesi asiatici, secondo i demografi nasce dalla possibilità di mettere al servizio della tradizionale e radicata preferenza per il figlio maschio delle culture orientali sia l’aborto dopo test di gravidanza che sempre più precocemente indicano il sesso del nascituro, sia la fecondazione in vitro con selezione dei gameti.

E in Italia? Qualche tempo fa, sull’onda delle notizie americane, il quotidiano Avvenire si era chiesto se anche qui, nelle comunità di immigrati asiatici, si fosse manifestato lo stesso tipo di squilibrio nelle nascite. L’indagine del quotidiano della Cei si è concentrata sulle comunità cinesi, vista la non altrettanto significativa presenza in Italia di coreani e indiani, e in particolare sugli immigrati cinesi a Milano, a Firenze e a Prato. Sorpresa (ma è davvero una sorpresa?): le statistiche anagrafiche mostrano ancora una volta una forte sproporzione, soprattutto tra i terzogeniti, a favore dei maschi. Per quanto riguarda il comune di Milano, per esempio, nel periodo fino a tutto il dicembre del 2007, tra i residenti cinesi il rapporto maschi-femmine era 1,12 a 1 per i primogeniti; 1,07 a 1 per i secondogeniti e 1,51 a 1 per i terzogeniti. Nel comune di Firenze, per quanto riguarda i terzogeniti, nello stesso periodo, il rapporto era di 1,33 maschi contro una femmina. E nel comune di Prato, al giugno del 2008, per i terzogeniti della folta e importante comunità cinese, il rapporto tra maschi e femmine era di 1,32 a 1.
Questi numeri mostrano, in pratica, che lo stesso squilibrio rilevabile in Cina nel numero assoluto di maschi e femmine (1,20 contro 1, con punte di 1,45 contro 1, con la differenza che lì secondo e terzogeniti sono rarissimi, perché vige la politica del figlio unico obbligatorio, con qualche eccezione per alcune zone rurali) si trova replicato, in particolare per i terzogeniti, nelle comunità cinesi in Italia. Ed è, a sua volta, molto simile a quello rilevato negli Stati Uniti (sempre per i secondi e terzi figli) nelle comunità cinese, coreana e indiana. Si tratta di uno squilibrio impossibile da spiegarsi in modo “naturale”. I ricercatori della Columbia citati all’inizio hanno scritto che i dati indicano come “nel segmento di popolazione considerato, le tecnologie vengono utilizzate per assicurarsi la nascita di bambini quando i parti precedenti hanno prodotto figlie femmine”. Entrano in gioco le ecografie, o le analisi del sangue che già alla quinta settimana danno un’indicazione sul sesso del nascituro. Un arsenale che non era ancora all’opera quando il precedente censimento americano, nel 1990, dava un sostanziale equilibrio tra maschi e femmine nelle comunità asiatiche immigrate.